TERMINATOR – James Cameron
Il cielo è grigio, un tanfo metallico invade l’aria mentre i bossoli dei proiettili sfumano sul cemento macchiato di sangue. 2029, la guerra tra cyborg e resistenza umana sembra senza fine. Per uscire dallo stallo un guerriero di ferro (Arnold Schwarzenegger) infrange la linea del tempo, venendo spedito negli anni ottanta in modo da spezzare la linea di sangue che porterà alla nascita del capo della resistenza, John Connor.
La resistenza a sua volta invia un soldato a difendere la madre; Sarah Connor (Linda Hamilton), dando il via ad una caccia spietata tra le strade di una Los Angeles costantemente immersa in un buio innaturale, illuminata da artificiali luci al neon.
James Cameron è un nerd divoratore di fantascienza, visionario e adoratore di quel mitologico totem nominato post-apocalittico; un palato fine assetato anche di B-movie, e questo fa la differenza. Terminator è un epocale esempio di come lo sci-fi possa imbastardirsi nella rosea palude del cinema underground, salendo al contempo di categoria (senza mai svettare in serie A) sino ad ergersi a cult-movie.
La lotta tra uomo e macchina, teorizzata in maniera ingannevole da Fritz Lang con Metropolis e sublimata intelligentemente con 2001 Odissea nello spazio da Stanley Kubrick, rappresenta un tema dalle fortissime implicazioni sociologiche, una sorta di metafora ardita di una società che sta mutando, soffrendo nel farlo. I cyborg divengono specchio distorto dell’uomo, incarnano un potenziale (solitamente negativo) così esplosivo da (tras)figurare una paura verso il domani che non distoglie l’uomo dal progresso.
Un progresso che, inesorabilmente, porta l’uomo a fronteggiare le proprie creature, subendo il fascino della paura, a differenza dell’aridità della macchina. Terminator si macchia di un adrenalinico spirito action per supportare una così imponente sovrastruttura escatologica, divenendo un film dal potenziale illimitato grazie al potere plasmante di James Cameron e al carisma di un roccioso Arnold Schwarzenegger. Cult.