LOCKE – Steven Knight
Ivan Locke (Tom Hardy) è un brillante capocantiere alla vigilia del lavoro più importante della sua carriera, una costosissima colata di calcestruzzo che darà vita a un imponente edificio di 55 piani. Con il cantiere in frenetico fermento e la sua famiglia che lo attende a casa, Locke sfila guanti e scarpe da lavoro, monta sulla sua Bmw ed imbocca l’autostrada.
La destinazione, però, non è quella pronosticabile. E’ sera, e tra le ipnotiche luci della “motorway” che conduce a Londra, l’improvvisato viaggio di Locke è accompagnato da una serie fittissima di telefonate che l’uomo effettua e riceve: dalla moglie, dai figli, dai colleghi attoniti e dai superiori infuriati per la decisione. Ma soprattutto da una misteriosa donna che sta per mettere al mondo un bambino.
Locke abbandona tutto per correre da lei e, miglio dopo miglio, rischiando di perdere il lavoro e la famiglia, tenta di ritrovare il rispetto per se stesso attraverso un insolito e toccante atto umano.
Lo sceneggiatore e regista Steven Knight (è suo lo script del cronenberghiano La Promessa dell’assassino) crea un film unico, comunque vada: ottantacinque minuti in tempo reale interamente ambientati nell’abitacolo di un’automobile. Lì dentro un maestoso Tom Hardy, sempre più intenso e versatile, guida e parla al telefono con le persone che fanno parte della sua vita. Sta precipitandosi in ospedale, per un evento che rivoluzionerà (e forse distruggerà) tutto quello che ha, in un viaggio che rappresenta tuttavia la possibilità di riscattare il proprio nome e forse molto altro.
Knight orchestra un armonico gioco di inquadrature che ci trascina in un dramma on the road profondamente psicologico e sfaccettato: il “core” non lo troveremo certo nel racconto, piuttosto anoressico, ma nei retroscena emotivi che Locke porta con sé ed attribuisce a coloro che sta andando a raggiungere. Il meccanismo narrativo, condotto attraverso l’intenso traffico telefonico, sarebbe sulla carta stucchevole, ma evita la trappola grazie ad una sceneggiatura breve e affilatissima che tampona gli sbadigli. L’odissea mentale di Locke è statica ma poetica, sorretta da luci e suoni che valgono oro.
Senza dimenticare la bravura del suo autore nel disseminare briciole di humour britannico e battute al vetriolo (non perdetevi i bisticci tra Locke e lo spaesatissimo operaio Donal) che stemperano lo spettro del dramma quando rischia di diventare dilagante. Knight deve però un grosso ringraziamento a Hardy, il vero capolavoro del film: un protagonista capace di commuovere, divertire e trascinare l’audience sul sedile del passeggero nonostante il contesto più che minimale. Hardy è necessario e (quasi) sufficiente, e ci lascia in eredità un personaggio semplice ma incredibilmente realistico senza neppure alzare il sedere dal posto di guida.
Con il giusto approccio, senza cercare momenti e svolte ad affetto, la solitudine di Locke è un’entità quasi palpabile e trascende lo schermo. Raramente troverete un film così: a se stante, fuori da ogni schema, fuori genere (e fuori concorso, ma osannato, a Venezia). In questo modo, un po’ sperduti, dovreste viverlo. Perché proprio quando il cinema sembra aver detto tutto, tra orpelli, tre dimensioni e fuochi d’artificio, rimanere incantati da un semplice e nudo dramma “ordinario” è più che una bella sorpresa.