STEVE JOBS – Danny Boyle
Tra tutti i personaggi che hanno reso possibile la vita come la conosciamo oggi, in questo terzo millennio travagliato e ricco di contraddizioni, vi troviamo Steve Jobs (Michael Fassbender) colui che ha reso il pc non solo uno strumento di lavoro, comprensibile solo a pochi eletti, ma uno strumento utile a chiunque nella vita di tutti i giorni, e anche talmente bello da incastrarsi con l’arredamento di casa senza snaturarne lo stile.
Steve è stato l’uomo della “i”, vero e proprio ultimo manifesto dell’io umano. Proprio dall’ego di quest’uomo, dalla sua visione, comincia il film di Danny Boyle che, grazie alla sceneggiatura dell’acclamato Aaron Sorkin, ripercorre mediante tre presentazioni pubbliche la creazione del Mito, partendo dal fallimento del Machintosh per poi passare alla fondazione della società NeXT, una volta fatto fuori dai colleghi della Apple, infine ritornando alla Apple con il geniale iMAC.
E’ facile giungere a delle conclusioni con figure così “mitiche”, ma troppo spesso queste sono semplicistiche, sia che si appartenga a quella fetta di pubblico che le osanna sia che le giudica troppo aspramente. Un elemento inconfutabile c’è: Jobs. l’uomo Jobs, ha pagato molto per il suo atteggiamento, per la realizzazione di una visione, per una controversa natura, e il tributo versato non è quantificabile solo in termini economici ma in affetti, amori e amicizie perse lungo la strada. La vita è una questione di bilanci e alla fine, se il tempo e la lucidità mentale ce lo consentono, è doveroso per ognuno di noi tracciarne i contorni, guardandosi indietro e ripercorrendone le tappe, tra luci ed ombre.
Partendo da una figlia che inizialmente non ha riconosciuto come propria e una ex-moglie che non amava più, ma che non ha esitato a foraggiare, e arrivando ai suoi collaboratori, forse i suoi veri amori in quanto compagni di squadra, uniche persone capaci di capirne la lingua, di poterlo aiutare a realizzare la visione, l’utopia, trattati come schiavi. Ne è esempio Steve Wozniak che insieme a Jobs ha dato vita all’Apple II ma che non ha mai ricevuto (né lui né tanto meno il suo team) ringraziamenti pubblici.
Per certi versi è possibile accostare Steve Jobs a Birdman in quanto tutti e due parlano di riscatto, tutti e due sostanzialmente sono girati in un unico ambiente che è il dietro e avanti le quinte di un grande spettacolo, ma se il film di Alejandro González Inarritu possiede quella visionarietà che lo rende unico, folle, nel film di Danny Boyle di visionario e folle c’è solo l’ego di Jobs, a tratti insopportabile, ingombrante e ridondante. Ci si perde nei suoi lunghi monologhi con qualche sprazzo d’ilarità. Prova magnifica di recitazione per Kate Winslet (che faticherete a riconoscere) e per Jeff Daniel, brillante negli aspetti comici come drammatici, due attori che insieme al protagonista Michael Fassbender, sono chiamati in causa per ricostruire la leggenda di un uomo, nel bene e nel male.
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